1: La fine del mondo
Nessuno, neppure Nostradamus, avrebbe mai pensato a Little Tony. E dire che Nostradamus, nel suo modo oscuro e sottilmente vago, tante cose le aveva indovinate. Ma in nessuna delle sue quartine, anche a leggerle con attenzione, si fa riferimento all’interprete di Cuore matto, Bada bambina o La spada nel cuore.
Quando non ci si può più fidare neppure delle quartine di Nostradamus, significa davvero che è arrivata la fine del mondo.
E infatti questo era accaduto, il giorno che Antonio Ciacci detto Little Tony si era fatto avanti senza nessuna paura degli alieni, aveva alzato il dito e aveva fatto una domanda: era arrivata la fine del mondo.
Cioè, se proprio ci avessero detto: il primo essere umano che parlerà con gli alieni sarà un famoso cantante, magari, non so, avremmo pensato a Bono Vox.
E se ci avessero detto: no, Bono Vox non va bene, dev’essere italiano, magari avremmo pensato, mah, a Battiato. Ce l’ha, Battiato, l’aria di uno che è abituato a parlare con gli alieni.
Certo, più lui di Little Tony.
Perché altrimenti, se ci avessero chiesto: chi sarà il primo essere umano a parlare con gli alieni, anche non cantante?, forse avremmo pensato, non lo so, al Dalai Lama. O a Obama. O magari a un grande letterato. Philip Roth. Garcia Marquez. Amos Oz.
Che forse, chissà, se un veggente fosse andato da un bambino di dieci anni di nome Antonio Ciacci, a Tivoli, nel 1951, e gli avesse detto Ragazzo, sappi che tra qualche anno prenderai il nome d’arte di Little Tony, ispirandoti al celebre cantante Little Richard, avrai un enorme successo con canzoni quali Riderà, Cuore matto. Bada bambina, La spada nel cuore, sulle soglie dei settant’anni non solo sarai ancora in giro con il tuo ciuffo e la tua chitarra a cantare Riderà, Cuore matto, Bada bambina e La spada nel cuore, ma sarai il primo uomo a parlare con gli alieni, mah, secondo me, a occhio, Antonio Ciacci -di anni dieci- avrebbe preso la sua fionda e avrebbe bombardato il veggente con dei sassi raccolti sulla strada.
E invece era andata proprio così.
In spregio a Nostradamus.
In quel momento storico, in un mattino di giugno del duemiladieci, quando Little Tony si era fatto avanti col ditino alzato per fare una domanda ai due alieni, la situazione era leggermente surreale.
Cinquantasei milioni di italiani erano ammassati dentro un’astronave, be’, piuttosto grande. Decisamente grande. Indubbiamente grande.
Dentro quest’astronave, cinquantasei milioni di italiani stavano molto più larghi e comodi di come sarebbero state cinquantasei persone in un vagone della metropolitana di Roma alle sette e mezzo di un lunedì mattina.
Tutti quei cinquantasei milioni di italiani, tutti, operai, professori, studenti, tranvieri, perdigiorno, installatori, terzini della Sampdoria, pupe, secchioni, killer della mafia, palazzinari, corruttori, tutti quanti, i servizi segreti deviati, il cast di Boris, i Diaframma, gli ex membri dei Diaframma, i Litfiba, gli ex membri dei Litfiba, i finalisti del premio Strega, la giuria del premio Strega, la nazionale in attesa dei mondiali, i killer della camorra, lo scrittore Roberto Saviano, i killer della camorra che guardavano di sottecchi lo scrittore Roberto Saviano -improvvisamente nervosissimo-, la cuoca de La prova del Cuoco, i conduttori di Forum, la squadra azzurra di Amici, il centrocampo del Cesena, Paolo Villaggio, i Nomadi, gli ex membri dei Nomadi, tutti quei cinquantasei milioni di italiani, strappati senza preavviso dalle rispettive attività, se ne stavano a naso in su in quella specie di enorme navata di luccicante metallo a guardare una piattaforma sospesa a mezz’aria, e su quella piattaforma, a braccia conserte, c’erano Stan Laurel e Oliver Hardy.
Meglio noti, ai più, come Stanlio e Ollio.
Stanlio e Ollio, in realtà, non erano affatto Stanlio e Ollio. Lo avevano spiegato subito, per bocca del più grasso dei due.
“Chiariamo subito una cosa” aveva detto quello con le sembianze di Oliver Hardy “Queste non sono le nostre sembianze. Noi siamo alieni. Il nostro vero aspetto, senz’altro, avrebbe provocato crisi di panico e moti di terrore nei più impressionabili di voi.”
“Anche nei meno impressionabili” aveva aggiunto Stan Laurel, alias Stanlio.
“Anche nei meno impressionabili” aveva continuato Ollio “Quindi, per potervi spiegare la situazione con calma e tranquillità, senza dover sedare artificialmente folle isteriche e terrorizzate, abbiamo deciso di presentarci a voi con l’illusorio aspetto di due icone rassicuranti. Il nostro megacomputer dice che tutti amano Stanlio e Ollio e alle loro apparizioni in tv sfoderano un caldo e grato sorrisone, quindi abbiamo deciso di presentarci così. Il mio collega” e aveva guardato storto Stanlio, che aveva scosso la testa come a dire Che vuoi da me? “dicevo, il mio collega dubitava di questa soluzione, diceva: Bel modo di tranquillizzare la gente, presentarsi con le sembianze di due comici morti da almeno quarantacinque anni, ma a giudicare dalla vostra reazione, be’, che ne dite, gente?, ho avuto ragione o no?”
Da qualche angolo della sterminata folla partì un piccolissimo e timido applauso, subito sedato nella vergogna generale.
Dopo un istante di pausa, Ollio proseguì.
“Allora, visto che non vi siete fatti prendere dal panico fin qua, mi raccomando, per favore, cercate di non avere un attacco isterico dopo quel che vi dirò tra poco. Siete pronti?”
Nessuno fiatò.
“No, dico: siete pronti?”
Qualcuno, timidamente, annuì.
“Bene. La cosa che devo dirvi è… be’, ragazzi, davvero, non prendetevela, niente di personale, ma può anche darsi, oh, chiaro, non è detto, eh?, non abbiamo ancora deciso, però, ecco, in via ipotetica… be’, Stanlio, dai, dillo tu.”
“Perché devo dirlo io?”
“Perché, be’, ti ricordi cosa aveva detto il megacomputer, no?, aveva detto che i magretti con la bombetta fanno ridere qualunque cosa dicano, per quanto tragica sia…?”
“Veramente il megacomputer ha detto che i ciccioni con i baffetti fanno ridere qualunque cosa dicano, per quanto tragica sia.”
“Ah. Quindi tocca a me, eh?”
“Certo che tocca a te, sciocco ciccione.”
Ollio si schiarì la voce. Più di cento milioni di occhi sgranati erano fissi su di lui, in angosciosa attesa.
“Insomma, gente, eh, come dirlo, vabbè, può darsi che, uhm, ah ah, ecco, domattina all’alba forse distruggeremo il vostro pianeta. Ho detto forse, eh?”
Nell’astronave scese un silenzio definibile soltanto come sepolcrale. Ollio guardò Stanlio, che fece un gesto come a dire Vai, vai, ce li hai in pugno.
“Dunque” continuò Ollio, con voce appena esitante “vedete, io e il mio collega qui di fianco, siamo esponenti di una razza leggermente più evoluta della vostra…”
“Leggermente?” protestò Stanlio “Siamo milioni di anni più evoluti di queste stupide scimmie!”
Ollio lo gelò con lo sguardo. “Per piacere. Primo, si dice razze diversamente evolute, non stupide scimmie, secondo, o parlo io, o parli tu.”
“Parla tu.”
“Perfetto. Vi dicevo, noi siamo esponenti di una razza che si è posta un compito difficile ma, a nostro insindacabile parere, assolutamente utile. Noi siamo gli spazzini dell’universo.”
Silenzio assoluto. Ollio guardò la folla muta, poi continuò.
“…ecco, dicevo, gli spazzini dell’universo. Noi ci siamo autoassegnati il compito, difficile, sì, ma non impossibile, di spazzar via la stupidità eccessiva dal cosmo. Attraversiamo le galassie in lungo e in largo, e appena incontriamo una razza troppo stupida per vivere, ehm, la annientiamo. Ma senza cattiveria, eh? Senza far male a nessuno. Un raggio disintegrante, tutto lì. Mezzo secondo di raggio disintegrante, il pianeta non c’è più, gli stupidi nemmeno. Nessuno soffre, nessuno si accorge di niente.”
“Noi, però, godiamo” ghignò Stanlio.
“Per piacere!” lo rimproverò Ollio “Dicevo, il nostro è un fine nobile, sapete? Immaginate un pianeta di stupidi che improvvisamente scopre il viaggio intergalattico. Miliardi di stupidi che, anziché limitarsi a far danni nel loro ambito ristretto, iniziano a viaggiare tra le stelle e a importare la loro stupidità tra i pianeti più evoluti. Non è tollerabile un simile stato di cose, non vi pare?”
Silenzio assoluto. A Ollio parve persino di sentire una lontana eco sul fondo dell’astronave, qualcosa tipo …pare… pare… pare…
Continuò.
“Ovviamente, noi non siamo barbari. Prima di spazzar via un pianeta, ragioniamo. Meditiamo. Valutiamo. La patente di pianeta stupido non la diamo via così, a caso, in modo superficiale. C’è un attento esame della sua popolazione, prima.”
“La parte più tremenda” disse Stanlio, e nel dirlo fece una faccia disgustata, come di chi ha dovuto valutare svariati miliardi di stupidi, negli ultimi tempi, e ne ha la nausea.
“Ora, il nostro metodo per valutare la stupidità di un pianeta è: parcheggiamo la nostra astronave invisibile in un limbo di spaziotempo vicino al pianeta, studiamo, analizziamo, e poi chiediamo al megacomputer di fornirci un campione rappresentativo della popolazione. Preleviamo quel campione rappresentativo, e lo portiamo sull’astronave. Dopodiché, facciamo i test.”
“La parte più angosciosa.”
“Non me li spaventare, per favore, Stanlio. Dunque, noi abbiamo chiesto al megacomputer di selezionare un campione di umanità omogeneo, particolarmente interessante. Un campione contradditorio, inclassificabile, curioso, disomogeneo, con picchi altissimi verso l’alto e spaventosi abissi verso il basso. Il megacomputer ci ha suggerito di analizzare la popolazione degli Stati Uniti d’America.”
“Ma erano troppi.”
“Eh, no, non ci stavano tutti, nell’astronave. Perché sembra grande a vederla così, ma in realtà, sappiatelo, ha una capienza limitata. Più di sessanta milioni di persone, qui dentro, non ci entrano.”
“E’ un modello vecchio” si giustificò Stanlio.
“Già. Allora abbiamo ripiegato sulla seconda scelta, un campione che andava bene anche dal punto di vista numerico. Ovvero, la popolazione italiana.”
Silenzio assoluto.
“C’è da dire che, prima di teletrasportarvi tutti qua, vi abbiamo studiati. Le vostre trasmissioni televisive, per esempio. Il mio collega, qui” e indicò di nuovo Stanlio, che replicò il gesto che significava Cosa vuoi da me? “ad essere sinceri, dopo aver visto una di queste trasmissioni televisive, aveva proposto di saltare un passaggio e annientarvi subito. Io però sono per il rispetto delle regole e delle procedure, e non ho dato il via libera all’annientamento. Neppure dopo aver analizzato di persona un’intera puntata di una cosa che si chiama La pupa e il secchione.”
Ci fu un piccolo tumulto, a quel punto, nella folla. Qualcuno urlava “Uccidiamolo!”, inseguendo un tizio con dei buffi occhiali che scappava spaventato, cercando di nascondersi dietro la squadra di rugby di Viadana.
Ollio con un gesto imperioso riportò la calma. Continuò.
“Insomma. Come avrete capito, se il nostro giudizio sarà negativo, eh, annienteremo il vostro pianeta, ma…”
Fu in quel momento che si fece avanti Little Tony.
Little Tony, con il suo ciuffo, il giubbotto di jeans, il ditino alzato, uscì dalla folla per fare una domanda.
“Mi scusi?” disse, a voce alta.
“Sì?” rispose Ollio, in tono educato.
“Ecco, mi scusi, sa, ma io ho letto su Focus che la fine del mondo è sì prevista dal calendario Maya, ma è prevista per il dicembre del duemiladodici, e ora siamo nel giugno duemiladieci. Non le sembra un po’ scorretto, mi perdoni, anticipare un evento non di sei mesi, non di un anno, ma addirittura di due anni e mezzo? Come se mi ingaggiano per suonare in un locale, non so, un venerdì sera, io arrivo mercoledì a mezzogiorno e pretendo di trovare il palco montato e il catering pronto, lei capisce, è una cosa poco carina da fare, non le sembra?”
Una cosa è certa.
Se Nostradamus avesse detto: Il primo dialogo della storia tra umani e alieni si terrà tra il cantante Little Tony e due alieni camuffati da Stanlio e Ollio, i suoi colleghi veggenti gli avrebbero stracciato sui due piedi la tessera dell’ordine.
Su questo non ci piove.
Di fronte all’obiezione imprevista, Ollio guardò Stanlio.
“Chi è questo?” domandò.
“Sto controllando” rispose Stanlio, consultando un piccolo globo di metallo. Quasi subito alzò gli occhi. Fissò Little Tony.
“Lei è Antonio Ciacci detto Little Tony?” domandò.
“Sono io.”
“Mi scusi se glielo chiedo, ma lei è cittadino italiano?”
“Io? No. Di San Marino. Nessuno lo sa, ma…”
“Ah” sorrise Stanlio. Un attimo dopo, Little Tony sparì.
Stanlio alzò gli occhi. Guardò la folla spaventata.
“Uè, ragazzi, tutto bene” li rassicurò “Non lo abbiamo mica disintegrato. Lo abbiamo rimandato a casa sua. Non è italiano. E’ di San Marino.”
Cinquantasei milioni di italiani tirarono un collettivo sospiro di sollievo.
“Detto questo” riprese la parola Ollio, e fece una pausa drammatica ghiacciando il sangue dei cinquantasei milioni di cui sopra.
“La cosa funzionerà così. Noi continueremo la nostra rapida analisi del vostro modo di vivere, della vostra società, di ciò che siete, quel che fate, eccetera. Nel frattempo sorteggeremo alcuni di voi, li forniremo di carta e penna, o di computer, di quel che usano di solito per scrivere, insomma, e i prescelti dovranno scrivere di loro stessi.”
“Uh?” dissero all’unisono i cinquantasei milioni.
“Raccontare di sé. Di ciò che vogliono, di tutta la loro vita, di quand’erano bambini, del loro piatto preferito, del loro amico dell’adolescenza, del primo amore, del loro lavoro, quel che vogliono, insomma. In base a ciò che scriveranno, noi giudicheremo la vostra razza.”
I cinquantasei milioni si guardarono l’un con l’altro, centravanti del Catania e chitarristi dei Baustelle, vigili urbani e tassidermisti.
“Attenzione” concluse Ollio “I prescelti forse saranno tentati di barare, di dare di sé e della vostra razza l’immagine migliore possibile. Di dipingersi come amanti dell’arte, della bella musica, della poesia, amanti della natura e degli animali. Be’, ragazzi, vi spiego una novità: noi siamo alieni. La nostra scala di valori è tutta diversa dalla vostra. Non sapete quali saranno i nostri criteri di giudizio. Voi pensate: ah, ha fatto una battuta su La pupa e il secchione, allora odia la tv spazzatura. Non è detto: non sapete se La pupa e il secchione ci ha fatto venir voglia di distruggere la Terra per il suo valore artistico, o solo perché il colore della giacca del quinto spettatore in terza fila per noi alieni è un affronto intollerabile. Non sapete niente. Quindi, siate sinceri.”
Il sorteggio dei prescelti si svolse in un terrificante silenzio.
A sorteggio terminato, avanzarono verso la piattaforma. Lì sotto erano comparse delle cabine. Dentro le cabine c’erano dei tavolini, sui quali c’erano carta, penna, macchine da scrivere, computer.
I prescelti entrarono nelle cabine, che si chiusero alle loro spalle.
Nell’intimità un po’ inquietante della loro cabina, cominciarono a scrivere.
Mentre milioni di persone, fuori, trattenevano il respiro.





